Big Data e i Sei Gradi


Uno spunto molto attuale per avvicinarci ai Big Data è la teoria dei Sei gradi di separazione.

Per i pochi che ancora non conoscessero questa intrigante ipotesi, formulata per gioco nel 1929 dallo scrittore Frigyes Karinthy e dimostrata negli anni ’60 da Stanley Milgram, il punto è che qualunque persona nel mondo è separato da chiunque altro da una catena composta massimo da sei persone. Quindi attraverso una catena di sei persone che si conoscono l’un l’altra, si può virtualmente connettere chiunque a chiunque altro.

Un'anziana donna degli altopiani boliviani con Kim Jong-Un, per dire!

Te con chiunque tu desideri.

“Oooooooh!”

Bene.

Giovedì scorso Facebook, il dominatore del nostro hobby-killer universo Social, ha rilasciato un proprio calcolo che porrebbe l’originale-già-strabiliante teoria in un imbarazzante impasse: i “gradi di separazione” fra chiunque nel mondo sarebbero in media 4,5. Un bel colpo considerando i 17.500 Km che separano i nostri due ipotetici personaggi.

Partendo dal presupposto che il “gioco” dei “Sei gradi” è più una teoria che altro, essendo molto complesso riuscire a provarne la validità con la pratica, pare che Facebook sia in una posizione di vantaggio nella scoperta della verità, forte del suo laboratorio di ben 1,59 miliardi di “cavie”!

Eppure qualcosa ci sembra non tornare, e la mente vola dubbiosa a Kim Jong e l'anziana boliviana…com’è possibile??

Potremmo cominciare col notare che Facebook ha dalla sua un incommensurabile 1,59 miliardi di utenti! È dunque il più grande laboratorio umano che si possa immaginare.

Ma vogliamo ignorare i restanti 5,7 miliardi, ossia il 78% della popolazione?

Potremmo anche cercare di capire CHI siano gli utenti Facebook.

E questo in qualche modo ci riporterebbe alla pantomima costruita attorno all’attore Kevin Bacon, in cui la notorietà di un attore in Hollywood sarebbe direttamente proporzionale ai gradi di distanza dal povero Kevin. In comune entrambi i “laboratori” hanno il fatto che contengono persone di una certa esposizione mediatica. Ossia solo chi è “connesso”: al jet set, a internet o in genere a network umani.

E tutti gli altri? I senza nome, la gente comune che non ha una connessione, i nomadi, gli abitanti della tundra e tutti gli altri che nemmeno ci vengono in mente?

Beh, che si facciano vedere, no!

Se prima il mondo ci era decisamente più celato, oggi abbiamo la sensazione di sapere tutto, eppure sul più popoloso Social network del mondo, possiamo conoscere “solo” il 20% del tutto. Preoccupante illusione, no?

Considerando Facebook come “il mondo”, anziché solo un quinto di esso, senza accorgercene ci stiamo ingannando. Costruendoci, sulla base di dati incompleti e parziali, una realtà falsata.

La statistica è maestra in questo e a questo proposito consiglio l’illuminante quanto divertente: The Tiger That Isn’t.

E dunque quel dubbio che ci era sorto, in un angolo della mente, si rivela essere un sano scetticismo verso i numeri-di-per-sè, soprattutto quelli grandi, i BIG DATA: materia astratta per raccontare il concreto, in una realtà che non tiene conto della grande maggioranza dei dati, in questo caso niente meno che gli esseri umani.

La potenzialità di questo nuovo campo è iperbolica. In tutti i sensi. Proprio per la natura manipolabile dell’insieme di dati. E ahinoi, fra default economici, calcio, migranti e terroristi, l’iperbole non sembra certo essere un’eccezione.

Brain Dope
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